Operazione chirurgica

Una operazione chirurgica: Francesco Cascio, candidato forzista alla presidenza dell’Ars è stato impallinato lucidamente con una strategia studiata a tavolino. Niente a che vedere con la prima repubblica; è peggio, molto peggio. Si è trattato un colpo di mano organizzato nei minimi particolari.

I franchi tiratori della prima repubblica sparavano sul governo in carica per provocarne le dimissioni, agivano in ordine sparso, il più delle volte individualmente: era difficile individuarli, si poteva solo sospettarli. Ora si conosce pure l’area geografica del dissenso, la provincia di Messina, scomparsa dalla mappa dei “ministeri” che il Presidente della Regione, Raffaele Lombardo, aveva disegnato (o meglio, gli era stato addebitato di avere disegnato).

L’imboscata al candidato Presidente dell’Ars ha avuto un valore preventivo: il bersaglio dei franchi tiratori era il governo ancora da costituire, non la presidenza dell’Ars. Qualche voto restava sempre per strada, non c’è stato mai un ammutinamento, né un’imboscata.La decapitazione della candidatura ha il carattere di un avvertimento: fuori i nomi del governo, altrimenti non vi facciamo eleggere il Presidente dell’Assemblea.

Tutto quasi alla luce del sole. Il rinvio dell’elezione del Presidente dell’Ars ha un solo precedente: trenta anni or sono, fu vittima dei cecchini Pancrazio De Pasquale, primo presidente comunista dell’Ars. Si era in pieno compromesso storico. De Pasquale fu impallinato per ragioni ideologiche – un movente “nobile” poco frequentato nella storia parlamentare dell’Ars – al fine di comunicare un dissenso politico. Altri tempi, lo steccato fra una parte della DC e il PCI “governativo” era alto quanto un grattacielo. Ed i numeri erano risicati.

Nel caso nostro, invece, gli ammutinati hanno arruolato sedici deputati (sul numero i pareri sono discordi), il plafond di maggioranza avrebbe dovuto mettere il candidato al riparo da qualsiasi imboscata, ben 61 deputati su 90. Sarebbero bastati 46 voti, ne sono mancati 16. Il partito fantasma dell’Ars dispone dunque del venti per cento dei voti utili, il 35 per cento circa dei voti di maggioranza. Al numero più alto di voti di maggioranza mai ottenuto dopo una competizione elettorale ha corrisposto una defezione senza precedenti.

La lezione è severa. Coesione, solidarietà, appartenenza, intenti comuni contano più dei numeri. E questi elementi, almeno nella fase di start-up, non sono presenti in modo significativo nella maggioranza di centrodestra. Chi analizza i motivi contingenti della bocciatura, giudica un grave errore fare precedere l’elezione del Presidente dell’Assemblea alla formazione del governo, motivata dalla necessità di evitare la reazione degli scontenti.

Non si è dato alcun peso al fatto che lo scontento è stato stimolato dalle indiscrezioni sulla squadra di governo nei giornali pubblicate il giorno prima e giudicate pressocché unanimemente, una corretta anticipazione delle intenzioni del Presidente della Regione. Il rinvio della comunicazione ufficiale ha sviluppato un clima d’incertezza e mobilitato una platea più ampia: coloro che si ritenevano fuori dal governo o in bilico e volevano che si posponesse “l’ordine dei lavori” – prima il governo, poi il Presidente dell’Ars – non hanno avuto altra alternativa che quella di sbarrare la strada al candidato della coalizione. Ma queste sono ragioni contingenti. Se ci si fermasse qui finiremmo con il non capire niente e di giudicare ciò che è avvenuto come un episodio isolato. E invece non lo è affatto. Le ragioni dell’ammutinamento sono complicate. Vediamo di analizzarle.

In Sicilia la maggioranza ha registrato una “convergenza parallela” fra eredi della DC, cioè MPA e UDC, e un’alleanza ancora in fieri fra il partito-azienda (Pubblitalia) e gli eredi della tradizione missina, molto radicata nella destra italiana. Il diavolo e l’acqua santa, sulla carta. Efficienza manageriale e Ideologia, con la I maiuscola.

La convergenza parallela, illuminata invenzione morotea, pone problemi pratici: è solo auspicata e si regge sull’auspicio. In Sicilia i due schieramenti della maggioranza – PDL (AN-FI) e MPA-UDC si guardano in cagnesco. Il confronto aspro si è instaurato durante lo spezzone di legislatura anticipatamente conclusa a causa dei dissapori provocati dal contenzioso fra il Presidente dell’Ars, Miccichè, e il Presidente della Regione, Cuffaro, si è caricato di veleni per la strenua resistenza opposta da FI alla candidatura di Lombardo, e per l’uscita di Casini dal centrodestra (l’UDC alleato a Palermo e all’opposizione a Roma).

La situazione è addirittura peggiorata in occasione della formazione del governo nazionale, con il MPA senza ministro, e dei gruppi parlamentari (l’MPA vuole la deroga per la costituzione del gruppo alla Camera con otto deputati, mentre ce ne vorrebbero 20). L’astio si è manifestato di recente con la requisitoria di Lombardo contro i colonnelli di FI, ospitata dal Corriere, ma esso covava, neppure troppo nascosto, fra il nucleo originario di Forza Italia, l’area Pubblitalia e gli ex democristiani. Una insofferenza palese che risente di problemi interni, il sorpasso degli ezìx democristiani, Schifani e Alfano, democristiani doc, sui manager di Pubblitalia. In definitiva il puzzle del centrodestra siciliano è ben più complicato di quanto si creda. Separando con l’accetta PDL da una parte e UDC-MPA dall’altra, non si è risolto l’enigma delle turbolenze interne, perché il tasso di coesione interna al PDL è basso.

L’alleanza fra AN e FI ha funzionato al vertice, ma non a livello di quadri intermedi. In Sicilia, in particolare, i problemi insoluti sono molti. AN si ritiene penalizzata dall’alleanza, gli azzurri credono di avere dato più di quanto i cugini meritassero. Per finire, ci sono le ambizioni dei singoli, ma su questo omnia munda mundis.

I cecchini evocano il medio evo della politica, il tempo della DC bastonata dalle sue vicissitudini interne. Ne usciva sempre indenne il partito dei Fanfani, Moro, Donat Cattin. Era radicato e colto. Il centrodestra odierno che cosa è? Ne esce a pezzi da questa performance, ma ne esce a pezzi, soprattutto il PDL, e ancor di più l’area di FI, punita in modo plateale.

Il 22 maggio resterà negli annali del Parlamento siciliano. Non era mai accaduto ciò che è accaduto. E’ Lombardo ad averci guadagnato? Si chiedono tanti. Bella domanda, non c’è dubbio. Di sicuro non ci ha perso. La faccia l’ha persa l’odiato alleato.
[via SiciliaInformazioni]

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